utenti collegati

Chiesa evangelica valdese di Prarostino

Chiesa evangelica valdese di Prarostino
Vai ai contenuti
Il tempio di San Bartolomeo
Il testo è tratto dal pregevole volume "I templi delle Valli valdesi", di Renzo Bounous e Massimo Lecchi, Claudiana, Torino 1988. Si ringrazia l'Editrice Claudiana che ha gentilmente concesso l'autorizzazione alla pubblicazione.

Prarostino ha sempre formato una sola comunità valdese con Roccapiatta, che è stata un Comune autonomo fino al 1929. Nell'accordo di Cavour del 1561, però, è menzionata solamente Roccapiatta ed infatti, fino al XVII secolo, i documenti ufficiali della chiesa parlano unicamente della chiesa di Roccapiatta e solo rare volte di Roccapiatta e Prarostino, in quanto sia il tempio sia la residenza del pastore si trovavano nella prima località, in borgata Rostagni.

L'art. V delle “Patenti di Grazia” del 18 agosto 1665 ribadì che il culto poteva essere tenuto solo a Roccapiatta, mentre i Valdesi potevano risiedere nei loro luoghi abituali, cioè a Prarostino, San Bartolomeo e Roccapiatta. Lo stesso articolo stabilì la separazione di Prarostino dal Comune di S. Secondo di cui fino a quel momento aveva fatto parte.

Le prime notizie riguardanti un locale di culto a Prarostino si hanno dopo il rimpatrio, quando nel 1692 fu eretta a S. Bartolomeo una capanna col tetto di paglia; tale costruzione fu implicitamente riconosciuta da un editto speciale di Vittorio Amedeo II che il 20 ottobre 1699 autorizzò il culto protestante “dalle regioni di Costalungia e Massera in su, verso la montagna...”; entrambe queste località erano a valle di S. Bartolomeo.

Secondo lo storico J. Jalla (Les Temples des Vallées Vaudoises, Torre Pellice, Bottega della carta, 1931) la capanna fu costruita per le necessità spirituali delle milizie valdesi che presidiavano la Vaccera; sembra assai più probabile, invece, che gli abitanti del posto abbiano approfittato di un periodo di tolleranza ducale per dotarsi di un luogo di culto in una località più centrale rispetto al territorio della vasta comunità.
Sempre nello stesso anno furono acquistate a S. Bartolomeo dalla Chiesa valdese un orto e tre case, di cui una diroccata per costruirvi il presbiterio (detto “Casa della Comunità”), visto che il pastore vi si era stabilito ed il maestro vi aveva organizzato l’école des grands. In questo periodo, per timore di perdere il diritto di predicare a Prarostino, fu trascurato il tempio di Roccapiatta ed il culto fu tenuto di preferenza a S. Bartolomeo.

Nel 1724 un violento temporale scoperchiò la capanna, il tetto fu restaurato sostituendo le lose alla paglia; questo fatto procurò dei fastidi con le autorità le quali finirono però per acconsentire alla costruzione di un piccolo edificio in muratura assai modesto. La capanna di S. Bartolomeo fu poi ufficialmente riconosciuta dall'editto del 20 giugno 1730, emanato con l'intento di fissare definitivamente la condizione dei Valdesi nell'ambito dello Stato sabaudo. Questo editto riconosceva finalmente, all'articolo 9, il diritto ad avere un luogo di culto a S. Bartolomeo, purché non venisse né ingrandito né restaurato. Da questo momento il culto principale continuò ad essere tenuto a S. Bartolomeo, sebbene il pastore fosse obbligato a risiedere ai Rostagni, mentre il tempio di Roccapiatta cadde in progressivo disuso, in particolar modo dopo che il tetto fu danneggiato da una nevicata nell'inverno 1744.

Le coperture dei templi di Prarostino e Roccapiatta non dovevano però essere molto fortunate poiché pochi anni dopo, il 21 marzo 1752, fu nuovamente il turno della capanna ad avere il tetto danneggiato: un violentissimo temporale la scoperchiò in parte. Visto che non la si poteva restaurare in osservanza all'editto del 1730, si decise di ripristinare il tempio di Roccapiatta (il che richiese alcuni anni), dove vennero nuovamente tenuti i culti per un trentennio. Il catasto del 1775 riporta l'esistenza della capanna di S. Bartolomeo con annesso piazzale, riportandole in mappa pressappoco nella posizione dell'attuale tempio. Relativamente alla capanna, che a quell'epoca doveva essere in disuso stante le sue condizioni, e i casamenti, il catasto del 1775 li indica come “immuni”, cioè esenti da tassazione, a testimonianza che il loro uso pubblico era ufficialmente riconosciuto.

Nel 1783 si poté provvedere finalmente al restauro della capanna, grazie all'intervento del rappresentante britannico presso la Corte sabauda. Più che di un restauro dovette trattarsi di una vera ricostruzione, visto che negli atti del Consiglio comunale del 10 febbraio 1823, relativi ad un ampliamento del tempio stesso, si parla espressamente del tempio come costruito con autorizzazione sovrana nel 1783.

Il ritorno di culti regolari a S. Bartolomeo causò decise proteste da parte degli abitanti di Roccapiatta, i quali inviarono al Sinodo del 1785 un loro delegato che presentò una lunga petizione lamentando che, pur concorrendo per un terzo al mantenimento del “signor ministro e dei maestri” e pur essendo il tempio dotato di “tutti li mobili, sedie, tavole, ecc. necessarie per le funzioni”, la Comunità di Prarostino pretendeva di trasportare parte dei mobili e di fare tutte le funzioni nel tempio di S. Bartolomeo; pregava quindi l'Assemblea sinodale “di mandar al ministro di dover esercitare le funzioni a Rocca Piata secondo il solito, cioè in una d'ogni tre feste, giacché [vi] risiede pur il ministro del territorio di Prarostino”. Seguono trenta firme e la minaccia di ricorrere più in alto se non si otterrà giustizia. Il Sinodo soddisfò parzialmente le richieste degli abitanti di Roccapiatta, stabilendo all'art. 10 che il culto si sarebbe tenuto una volta al mese a Roccapiatta, visto che la maggior parte della popolazione della chiesa si recava al culto al “nouveau temple” e avrebbe avuto difficoltà a recarsi a Roccapiatta.

Durante il periodo napoleonico, la Chiesa valdese fu incorporata nella Chiesa Riformata di Francia e organizzata in tre «Concistoriali», una delle quali ebbe sede a Prarostino. Con la restaurazione del 1814 tutto tornò come prima ed il pastore che si era trasferito a S. Bartolomeo dovette tornare al vecchio presbiterio dei Rostagni.

Nel 1822 vennero mossi, da parte dei Comuni di Prarostino e Roccapiatta, i primi passi per ottenere l'ampliamento del tempio del 1783. Dopo varie vicissitudini, nel 1827 si poté procedere con la pratica per i lavori secondo il progetto, redatto quell'anno stesso dall'ingegnere provinciale M. Reyneri, che prevedeva l’ampliamento a mezzanotte anziché a ponente. Quest’ampliamento  comportò l'abbattimento di una casa di proprietà di due cugini Forneron che furono indennizzati con L. 2.700. Il costo dell'opera fu stimato in L. 9.150; complessivamente però, tenendo conto degli indennizzi e delle spese tecniche, si arrivò a L. 12.161 e si dovette attingere anche ai fondi del registro cattolico del comune di Prarostino per L. 678 alfine di coprire tutte le spese. La spesa fu ripartita fra le comunità facenti parte della Chiesa, e cioè Prarostino, Roccapiatta e Inverso Porte per il quartiere di Rosbello e Pralarossa, proporzionalmente al numero degli abitanti. L'ampliamento fu  deliberato dal “raddoppiato Consiglio” (cioè vi erano convocati i consiglieri di entrambi i Comuni) in data 27 novembre 1827 e, nel Consiglio del 7 febbraio 1828, si decise di affidare l’esecuzione dell’opera al Concistoro.

I lavori furono terminati alla fine dell'estate del 1829 e il Concistoro ne diede comunicazione al Consiglio comunale in data 10 ottobre. Il rev. W.S.Gilly, che lo vide quello stesso anno, lo definì “un bell’edificio con le caratteristiche di un santuario, ed è sempre pieno”. Ma solo pochi mesi dopo (marzo 1830) il tetto del tempio fu danneggiato da un forte vento, tanto che si pensò di affidare a qualcuno la manutenzione dello stesso per una somma annuale.

Mentre la pratica per l'ampliamento del tempio finì con l'essere risolta, quella di un nuovo presbiterio a S. Bartolomeo si trascinò ancora per anni, anche a causa dell'opposizione delle autorità e della mancanza di fondi. Solo nell'anno 1837 si poterono iniziare i lavori, anche grazie all’interessamento del colonnello Beckwith.

Nel 1857 si decise di rifare il soffitto, su progetto dell'ing. Eynard, ma il lavoro fu eseguito solo nel 1861 sotto la direzione dell’ing. A. Biolley di Torino. Nel 1899 il pulpito fu abbassato, per avvicinare di più il predicatore al suo uditorio, e il pavimento fu rialzato di mezzo metro. Nel 1905 il tempio fu dotato di un armonium e nel 1928, in occasione del primo centenario, di un impianto di illuminazione elettrica; furono pure eseguiti vari lavori di manutenzione. Altri lavori di manutenzione si resero necessari nel 1969 e, nella stessa occasione, la croce in marmo posta sopra il portone d'ingresso fu sostituita dallo stemma valdese.
Torna ai contenuti